The Kingdoms of Elgaland-Vargaland: eterotopia artistica

Riconoscimento

 

L’arte, come qualsiasi altro tipo di prodotto sociale, esiste solo ed esclusivamente per merito di un processo di riconoscimento esterno. In tal senso, non c’è dimostrazione più lampante di cosa si voglia intendere per “riconoscimento” – e di che cosa quest’operazione comporti sul piano ontologico – della stessa struttura portante della società moderna, ossia lo Stato. Anch’esso consiste, infatti, in un determinato prodotto storico-concettuale, il quale giunge al punto di più completa definizione e legittimazione solo nella constatazione stessa della propria esistenza. Tale constatazione proviene, da un lato, dai propri cittadini e, dall’altro, dagli altri attori che compongono il sistema di Stati.

Nel 1648 la Pace di Westfalia suggella questo processo riconoscitivo fondante. Quegli stessi attori internazionali, all’epoca rappresentanti le potenze di un’Europa sfiancata dalla Guerra dei Trent’anni, sanciscono la pace tra di loro alla luce della ferma e convinta volontà di rispettare i confini in quella sede stabiliti. In tal modo essi non solo palesano un comune obiettivo di pace, ma soprattutto riconoscono, in via ufficiale e condivisa, il loro stesso esistere – legittimamente – gli uni di fronte agli altri.

Secoli dopo, nel 1917, un’altra grande rivoluzione interessa, invece, la variegata geografia dell’estetica. Marcel Duchamp concepisce la sua celebre “fontana”: il riconoscimento (questa volta culturale) diviene soggetto e oggetto di un’operazione artistica. L’arte si libera dall’ars e l’energia intellettiva e attributiva ne diviene la protagonista.

Questi due eventi risultano senz’altro contenutisticamente imparagonabili: decidere di non riconoscere una realtà statale potrebbe portare a conseguenze piuttosto drastiche sul piano pratico, eventualmente meno sopportabili della discriminazione intellettuale che si assocerebbe a dubbie considerazioni sulla validità delle operazioni di Duchamp. Ciò nonostante, entrambi assumono senso storico e culturale poiché dotano, per mezzo dell’attività riconoscitiva, di consistenza ontologica due situazioni che non potrebbero goderne altrimenti.

 

KREV

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Questo processo intellettuale legato al riconoscimento diventa il substrato teorico dell’operazione artistica di un eclettico duo svedese. Carl Michael von Hausswolff e Leif Elggren dal 1992 portano avanti un ambizioso progetto, in equilibrio fra arte e politica: il regno di Elgaland-Vargaland (KREV).

Elgaland-Vargaland is the largest – and most populous realm on Earth, incorporating all boundaries between other nations as well as Digital Territory and other states of existence. Every time you travel somewhere, and every time you enter another form, such as the dream state, you visit Elgaland-Vargaland.[1]

Von Hausswolff e Elggren si incoronano sovrani (rispettivamente, King Michael I e King Leif I) di uno spazio fisico-concettuale difficilmente identificabile in senso puramente spaziale, poiché comprende tutti i non-luoghi e le aree transitorie dell’attività umana, in senso fisico e mentale, assimilabili per intero all’idea di “confine” come spazio intrinsecamente fluido, labile e indefinibile.

In un’ottica strettamente territoriale, non è un caso che i due re scelgano di proporsi come custodi delle regioni di confine tra le nazioni: pur rispondendo de jure alla giurisdizione di un determinato stato al quale appartengono, queste zone si presentano de facto come superfici dinamiche e cangianti.   La fluidità dei territori in questione è legata essenzialmente alla corrispettiva ineffabilità del concetto stesso di confine, difficilmente riducibile a un’entità fisico-semiotica stabile. Esso subisce, per suo stesso statuto, una continua mutazione dettata dalle modalità geo-politiche delle realtà statali che lo definiscono e, contemporaneamente, una difficile attribuzione. Ne sono un esempio le cosiddette no man’s land, quelle fisiche porzioni di territorio fra due entità statali che nessuna delle due controlla direttamente, in particolar modo durante situazioni di conflitto.

La sovranità auto dichiarata dai due artisti non gode di certo di alcun tipo di riconoscimento geo-politico (eccezion fatta per la conferma di ricezione della lettera di richiesta di annessione per i territori della Dominica), è tuttavia possibile individuarne una piena legittimità nell’universo del concetto.

Eterotopia

Nello scenario geografico proposto da KREV, di centrale rilevanza appare dunque la difficoltà identificativa dello spazio a cui gli artisti fanno riferimento. A tal proposito utile appare la posizione antropologica e filosofica di Michel Foucault che in Les mots et les choses (Une archéologie des sciences humaines) del 1966 propone per la prima volta il termine “eterotopia”. Nella successiva conferenza parigina del 1967, Des espaces autres, Foucault procede con una più precisa definizione del concetto: «[le eterotopie sono] quegli spazi che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano»[2]. Indissolubilmente legata alla nozione di utopia, di cui si fa ideale opposto, l’eterotopia è quindi un non-luogo, necessariamente rivolto allo spazio del reale ma che contemporaneamente se ne astrae; il cimitero, ad esempio, diventa, nell’ottica di Foucault, una perfetta eterotopia: esso è infatti da sempre luogo – non a caso – di confine, fra la città dei vivi e «[quell’]altra città in cui ogni famiglia possiede la sua nera dimora»[3]. Ed è proprio al mondo dei morti che si rifanno gli stessi KREV, che dichiarano ogni deceduto che non specifica il suo dissenso cittadino del loro regno, annettendo addirittura al loro territorio il cimitero dell’isola veneziana di San Michele.

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Così è per il museo, altro luogo fisico per il quale la definizione di eterotopia appare particolarmente calzante. Il museo è appunto uno spazio necessariamente fisico, architettonico e attraversabile, ma al contempo assolutamente differente da ogni altro spazio sociale che tuttavia viene delineato al suo interno.

La complessa prospettiva di Foucault è diretta filiazione di quella utopica-platonica; la differenza di quest’ultima sta nell’impossibilità della localizzazione fisica, mentre l’eterotopia è un luogo esistente. La naturale opposizione che essa configura (nella sua fisicità e nella sua realtà ontologica) rispetto all’utopia la carica di inevitabili finalizzazioni opposte. Già in Les mots et les choses Foucault asserisce che «le utopie consolano; se infatti non hanno luogo reale si schiudono tuttavia in uno spazio meraviglioso e liscio; aprono città dai vasti viali, giardini ben piantati, paesi facili anche se il loro accesso è chimerico» a differenza delle eterotopie che «inquietano, senz’altro perché minano segretamente il linguaggio, perché vietano di nominare questo e quello, perché spezzano e aggrovigliano i luoghi comuni, perché devastano anzi tempo la “sintassi” e non soltanto quella che costruisce le frasi, ma quella meno manifesta che fa “tenere insieme”…le parole e le cose».[4]

Le modalità eterotopiche sono dunque processi maieutici, inevitabilmente “inquietanti”, finalizzati alla compensazione, alla neutralizzazione e alla purificazione di tutti gli spazi a cui fanno riferimento.

Il ponte analogico con l’operazione dei Krev è quindi inevitabile. Il richiamo dei due artisti all’universo fluido di quelle “utopie situate” che sono i confini geo-politici (e non solo) nella loro valenza concettuale, non può che essere contestualizzato e allineato alla loro finalizzazione così come intesa da Foucault.

I confini – in tutte le loro accezioni – sono prima di tutto spazi mentali e fisici condivisi; in quanto tali risultano particolarmente calzanti per l’esemplificazione eterotopica. I Krev, attraverso un processo tutto concettuale, non fanno che traslare i confini[5] da una carica statale, di politico riconoscimento comune, a una prevalentemente intellettiva. I confini annessi al territorio di Elgaland Vargaland subiscono sì un atto di appropriazione, ma prima ancora entrano in nell’universo dell’eterotopia; confini e situazioni distanti (concettualmente e fisicamente), si incontrano idealmente nel non-luogo per eccellenza, il linguaggio.

Il prodotto è tuttavia lontano dall’essere poetico. Come Foucault stesso afferma riguardo alle eterotopie[6], esse “inaridiscono il discorso, bloccano le parole su se stesse, contestano, fin dalla sua radice, ogni possibilità di grammatica, dipanano i miti e rendono sterile il lirismo delle frasi.[7]

Come in Borges, anche nei Krev il potere maieutico dell’ironia eterotopica ha dunque una finalizzazione ben precisa. L’attenta accuratezza con la quale il duo ha prodotto – e continua a produrre – materiale burocratico-diplomatico in merito alle progressive annessioni territoriali (e concettuali), li sublima non solo a quel gruppo di attori artistici che fanno della loro ironica serietà un mezzo finalizzato, ma li rende veicoli di importanti considerazioni antropologiche.

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Conclusione

Resta dunque a questo punto complesso definire la portata, la direzione e l’eventuale finalità intellettuale e politica di queste considerazioni, che si configurano probabilmente come spontanee espressioni di relativismo, generale e politico.
Il riconoscimento di uno Stato in quanto tale, così come il riconoscimento di un qualche prodotto in quanto Arte, altro non è che il frutto dell’umana decisione di legittimazione, benché confermata da pertinenti valutazioni. Eppure, nonostante queste ultime, rimane esito di una precisa determinazione, e non di inamovibili leggi precedentemente scritte. In quest’ottica, lo Stato diviene costruzione superficiale e labile, facilmente scomponibile di fronte all’occhio severo e scaltro dell’ironia.
A questo punto, non c’è da stupirsi del tono brillante e beffardo con cui i due svedesi si rivolgono alle ambasciate cui fanno richiesta di riconoscimento ufficiale, indipendentemente da quanto i loro interlocutori, nonché le relazioni con i loro vicini al confine, possano risultare problematici: “The sovereign state of Elgaland/Vargaland strives to further expand its global territories. To this end, we respectfully suggest that Israel divide into smaller nations.” All’occhio di qualunque analista geopolitico già solo una tale richiesta si porrebbe ben oltre i limiti del parodico, eppure le autorità di Elgaland-Vargaland si spingono a suggerire, con la consueta gentilezza, qualcosa di anche più assurdo: “It is also our duty to inform you that elimination of the above mentioned physical land territories is possible by uniting with Syria, Lebanon, Jordan and/or Egypt.”[8]

Se la prima proposta lascia sorridere a fronte della così detta “Questione Palestinese”, logorante e tuttora irrisolta, la seconda si posiziona di diritto nel regime della totale eresia politica internazionale. Informare educatamente della possibilità di fondere Israele con tutti gli Stati ad esso ostili, a seguito degli anni di guerre Arabo- Israeliane, della guerra in Libano e della prima Intifada, è infatti certamente uno degli apici della strategia di eterotopia ironica che sostanzia i Krev.
La leggerezza quasi infantile con la quale gli artisti formulano soluzioni per i loro spazi eterotopici di pertinenza, riconduce a quella logica di “compensazione, neutralizzazione e purificazione” dello spazio reale, così come identificato da Foucault.

Proprio lo stridere tra l’utopia di armonia geopolitica e la parodia ironica del duo svedese può richiamare un qualche slancio ideale, tramite un orizzonte di possibilità puramente concettuale, eppure funzionale sul piano meramente logico.  L’occasione umana, e dunque politica, di contemplare nuove soluzioni, possibilmente risolutive, costituisce questo orizzonte, proprio perché ogni tipo di esito (e dunque anche ogni Stato, ogni conflitto…) è in origine, guidato da un processo di volontà.

A chiudere il percorso intellettuale dei Krev vi è, infatti, l’utopia risolutiva del rapporto tra Individuo e Stato, a tal punto da voler immaginare i due come fusi compiutamente in un’entità unica, in cui dunque tutto è Confine e ogni individuo è Stato[9].

DSC_0026Quest’utopia, oltre ad ampliare i regni di Elgaland-Vargaland al massimo delle proprie possibilità espansive, sostanzia l’idea per cui lo Stato stesso è superato e accessorio rispetto al completo sviluppo del singolo e della sua volontà, portando al suo punto più alto l’intento parodico nei confronti della struttura politica. È difficile però scegliere quale tipo di interpretazione calzi meglio rispetto a quest’idea conclusiva: da un lato la si può ricondurre a un sogno utopico, non ironico, nel quale l’uomo basta a se stesso nell’adempiere a quelle funzioni di norma spettanti allo Stato; dall’altro è invece possibile che l’operazione dei Krev sia consciamente allineata a quell’ironica architettura concettuale che è l’eterotopia, e che in quanto tale voglia schernire il fruitore presentandogli un’ipotesi di realtà in cui tutto è divisione e nulla è Stato non perché quest’esito stia a conclusione del naturale e completo svolgersi della natura umana, ma piuttosto perché l’eventuale armonia tra realtà ed intenzione utopica non ha trovato alcun modo di concretizzarsi.

 

Di Roberto Malaspina e Debora del Cogliano

[1] http://elgaland-vargaland.org/

[2] In Alessandro Pandolfi (a cura di), Archivio Foucault 3. Interventi, colloqui, interviste. 1978-1985, p. 310, 1998, Milano, Feltrinelli.

[3] Ibidem, p. 313 .

[4] M. Foucault, Le parole e le cose, Milano, Rizzoli, pp. 7-8.

[5] Quelli geo-politici, nello specifico, appaiono notevolmente utili alla comprensione complessiva della loro operazione.

[6] Il riferimento specifico di Foucault è qui relativo alle eterotopie riscontrate nella stravagante classificazione dell’ Emporio celeste di conoscimenti benevoli proposta da Jorge Luis Borges nel racconto L’idioma analitico di John Wilkins, contenuto nella raccolta di saggi Altre inquisizioni (1952).

[7] M. Foucault, Le parole e le cose, Milano, Rizzoli, p. 8.

[8] Tratto dalla lettera di richiesta di riconoscimento inviata all’ambasciata israeliana.

[9] Nell’esemplificazione utopico-ironica dei Krev, il punto di approdo della loro operazione artistica concerne la realizzazione di uno stato per ogni singolo individuo, rendendo tutto lo spazio automaticamente confine e annullandone di conseguenza il valore.

 

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