John Duncan: in conversazione con l’artista

Parlami del tuo lavoro recente.

Il mio punto di partenza è la sensazione di non avere nulla da perdere. Poco più di tre anni fa sono quasi morto. Tre volte: due per suicidio e una per fame. Se sono ancora qui lo devo ad alcuni amici che mi hanno mandato dei soldi per andare avanti. Ero completamente al verde e lo sarei stato per diversi mesi; oltre ad essere molto riconoscente per questo gesto, mi sono sentito anche in obbligo nei loro confronti. Dovevo continuare quello che facevo, quello che ho sempre fatto, perché questo gesto mi ha fatto capire che il mio lavoro aveva un senso e che loro avrebbero voluto continuare a vedermi farlo. Così, ho cominciato a pensare cosa avrei potuto fare per spingermi oltre in modi che non avevo mai immaginato. Ho cominciato a fare cose che sembravano incoscienti, come cantare o costruire oggetti con la spazzatura, con materiali che non costano nulla.

Pensi veramente che cantare sia più incosciente di alcuni tuoi lavori precedenti, come Blind Date o Scare?

In un certo senso, sì. È lo stesso tipo di incoscienza, ma in un’accezione positiva, mentre lavori come Blind Date e Scare esaminavano tendenze molto negative che tutti quanti noi abbiamo, chi più chi meno. Mi sono liberato il più possibile di tutte le aspettative che avevo dal mio lavoro e adesso faccio cose senza preoccuparmi di essere coerente con le mie opere precedenti. Mi piace l’idea di fare cose che non dovrei fare. Mi piace l’idea di qualcuno che inizia a cantare così tardi nella sua vita, piuttosto che cominciare presto e proseguire poi con una carriera. Mi piace l’idea di rompere questa aspettativa. Mi piace l’idea di prendere oggetti che altre persone buttano via e farci qualcosa di inaspettato. Guarda le maschere. Prendo della spazzatura e le do un significato tutto nuovo.

Cosa mi dici dei disegni?

Nei disegni ci sono facce di persone, persone che vedo per strada, sul treno, sul bus, alcuni di loro hanno forme particolari. Scelgo facce particolarmente interessanti e poi le guardo per bene e ci vedo qualcos’altro: la loro faccia – così come la mia – è una maschera per un’altra creatura. E questo essere nascosto sotto la maschera è qualcosa a cui penso costantemente, che mi interessa molto e che penso sia molto descrittivo di chi siamo, tutti noi. Ciascuno di noi ha una specie di qualità nascosta che ogni tanto esce fuori.

SCAREE la tua qual è?

Oh, io sono un mostro! (ride)

Ma sembri così gentile!

Mmh. (annuisce) È la maschera. (sorride)

Quando pensi che le persone tolgano le proprie maschere?

Quando sono disperati. Ti faccio un esempio. Per un paio di settimane ho vissuto con un gruppo di monaci nella Thailandia del Nord, e loro ci hanno raccontato di quando erano in fuga, chi dal Vietnam, chi dalla Cambogia. Non avevano assolutamente nulla da mangiare e molti erano fuggiti in coppia, moglie e marito. Ebbene, quando uno dei due trovava da mangiare, non lo condivideva con l’altro o l’altra. Il partner vedeva questo comportamento e vedeva chi era l’altra persona per davvero, e aveva la scelta di accettarlo oppure no. Questo è il genere di cose delle quali parlo. Questo è il demone, questa è la disperazione che esce fuori. Non è una cosa popolare da pensare, crediamo che essere civilizzati significhi essere superiori a queste cose, crediamo di non aver bisogno di pensarci, di affrontarle, ma poi succede qualcosa di inaspettato e il demone esce fuori. Se non ci hai mai pensato non avrai mai la disciplina necessaria. Mi piace pensare che almeno una parte del mio lavoro sia una preparazione a tutto ciò. Ti dirò di più: l’arte, secondo me, è uno strumento e non un fine in sé. È un mezzo per dare consapevolezza, una tra le tante. L’arte ha valore quando incoraggia la consapevolezza.

Pensi davvero di essere pesante, inutile e senza senso dell’umorismo?

Certo, assolutamente! La mia famiglia ha questa tendenza a fare critiche estremamente ostili nei confronti di chiunque intorno, compresi altri membri della famiglia. Quando ero bambino, il senso dell’umorismo era qualcosa che veniva guardato dall’alto in basso, e per questo motivo è qualcosa di molto difficile per me. È un concetto alieno che mi sforzo di capire. Ma puoi chiedere a tutte le persone che hanno avuto a che fare con me nella mia vita adulta, e tutti ti potranno dire che sono pesante, inutile e non ho neanche una briciola di senso dell’umorismo! (ride)

Ma se la tua arte mira a dare consapevolezza, non sei poi così inutile dopotutto.

Lo spero. Beh, “inutile” è una parola che la gente tende ad usare quando si tratta di pagare le bollette. Già.

04La varietà dei media da te usati durante la tua carriera è abbastanza impressionante, quasi schizofrenica. Perché non rimanere fedele a un media solo?

Essenzialmente perché ho questa insaziabile curiosità nell’investigare cose nuove, provare cose che non ho mai fatto prima.

Quale dei media da te usati è stato il tuo preferito?

È difficile da dire. L’unico che ho provato fino ad ora che non ha funzionato benissimo è stata la danza. Ho fatto solo due, no, tre lavori che coinvolgevano la danza. Quasi tutti gli altri media che ho utilizzato invece erano divertentissimi. Fare il regista di film erotici è stato uno spasso, lo rifarei. Kuki – la casa produttrice – mi aveva permesso di fare praticamente tutto quello che volevo, non dovevo preoccuparmi di cosa voleva il mercato, era tutto molto sperimentale. E in quell’ambiente ho incontrato un sacco di persone affascinanti. C’era questa donna – questo in Giappone, dove ci sono delle regole di comportamento molto rigide per le donne, non so adesso, ma all’epoca di sicuro. Dunque, c’era questa donna che era una pilota professionista di macchine da corsa, e faceva film porno per pagarsi la macchina, la manutenzione, l’affitto del garage e tutte le altre spese necessarie per farla correre in una gara professionale. Poi c’era quest’uomo sulla cinquantina che non corrispondeva a nessun preconcetto che si può avere di una pornostar. Per gli standard giapponesi era sovrappeso, era calvo ed era terribilmente timido. Ma la cosa che più mi affascinava era il fatto che riuscisse ad avere un’erezione esclusivamente guardando pornografia non censurata su uno schermo video. Se era di fronte a due persone che stavano facendo sesso, o addirittura se lui era una di queste due persone coinvolte, non riusciva ad avere un’erezione, ma doveva per forza guardare uno schermo! E lì ho pensato, “Questa è la descrizione perfetta dell’uomo del XX secolo”.

Cosa mi dici dei tuoi lavori fatti in Italia?

Una delle cose più importanti nei miei primi lavori italiani è stata l’influenza di Giuliana Stefani. La meditazione all’epoca era molto importante per entrambi; avevamo una stanza nella nostra casa dedicata solo a quello, e ci andavamo a passare del tempo almeno una volta al giorno. Molti dei miei lavori indagavano questo aspetto, facevo musica che incoraggiasse questo tipo di investigazione interiore.

Hai intenzione di rimanere in Italia per il resto della tua vita?

Non ne ho la più pallida idea. Non ho mai programmato queste cose. Quando mi sono trasferito a Los Angeles ero in cerca di un’educazione, e ne ho avuta una, molto più di quanto mi aspettassi. Quando mi sono trasferito in Giappone cercavo un’esperienza derivata dal fatto di non essere capace di parlare, capire, leggere o usare qualsiasi altro strumento sociale sul quale ero abituato a fare affidamento; volevo buttare tutto via e cominciare daccapo, ed è successo esattamente questo. In Italia ci sono venuto per amore, e ci sono rimasto per amore. Adesso sono aperto a nuove esperienze, vediamo cosa succederà.

SEE-08Ti piace vivere qui?

Io amo questo Paese! Amo viverci, amo le cose che vedo nella vita di tutti i giorni, c’è un modo di vivere che non ho visto da nessun’altra parte.

Qual è la differenza?

Qui sembra esserci un’accettazione del fatto che le cose non funzionino come dovrebbero. Da qualsiasi altra parte in Europa la tendenza è di andare nel panico o reagire con rabbia e frustrazione. Qui la tendenza è di dire, “Ok, non funziona così, quindi adesso cosa possiamo fare?” e poi pensare subito alla prossima mossa, piuttosto che paralizzarsi e basta. Adoro questa cosa, è una costante fonte di ispirazione. E lo vedo tutti i giorni! Mi piace questa visione della vita come un flusso piuttosto che come una serie di regole prestabilite. Ora, detto ciò, se qualcuno o qualcosa dovesse arrivare nella mia vita e mi incoraggiasse ad andare da qualche altra parte, forse lo farei, ma devo ammettere che mi servirebbe una spinta molto più forte.

 

Tell me about your recent work.

It comes from a place where i feel i have nothing to lose. Over three years ago I almost died. Three times: twice from suicide and once from starvation. The reason I’m still here is because friends sent me money to keep going. I hadn’t any and wouldn’t for months; when they did that, aside from feeling very grateful for that, I felt an obligation to them to keep going, to keep doing what I do, what I’ve always done, because this gesture told me that to them it meant something and they wanted to see me continue doing the work I was doing. So, I started to think about what I could do to push myself in ways I hadn’t imagined before. I started to do things that seemed reckless, like singing or like making things out of trash, out of materials that cost nothing.

Do you really think singing is more reckless than some of your previous works, like Blind Date, or Scare?

In a way, yes. It’s the same kind of reckless, but it’s a way of examining something positive while works like Blind Date and Scare were examining very negative tendencies that everybody has, to an extent. I threw aside expectations that I had from my work as much as possible and now I’m doing things without any concern at all if they fit the body of work I’ve done before. I like the idea of doing things that I’m not necessarily supposed to do. I like the idea of somebody at this point in their lives starting to sing instead of having started very early on and then having a career. I like the idea of breaking that expectation. I like the idea of taking stuff that other people throw away and making something out of it that turns it into something that is, again, unexpected. Look at the masks. Taking trash and making things out of it that give all these elements a whole new meaning.

What about the drawings?

In the drawings there are people’s faces, people that I see on the street, on the train, on the bus, some of them with a particular shape. I choose particularly interesting faces and then look at them and see something else, so that their face – like my face – becomes a mask for another kind of creature. And this sort of character hidden behind this mask is something I think about a lot, something that I’m really interested in, something that seems very accurate to who we are, all of us. Each of us has this sort of hidden quality that comes out sometimes.

What is yours?

Oh, I’m a total monster! (laughs)

But you seem so nice!

Mmh. (nods) That’s the mask. (smiles)

When do you think people take off their masks?

When they’re desperate. I’ll give you an example. For a couple of weeks I lived with a group of monks in Northern Thailand and they talked about when they were refugees, when they were running from Vietnam and Cambodia. There was a moment when they had nothing to eat and there were couples, husbands and wives, running together, and when one of them found something to eat, well, they didn’t share it. The partner sees that and sees them for who they really are and then has a choice to accept them or not. That’s the kind of things I’m talking about. That’s the demon, that’s the kind of desperation that comes out. It is not a popular way of thinking about who we are. We think that being civilized means that we’ve passed that, we don’t have to face it, deal with it in ourselves, but then something happens and it comes out. If you haven’t thought about it you don’t have the sort of discipline you need. I like to think at least that some of this work is a preparation for that. That’s another thing: art, I think, is a tool, it’s not an end in itself, it’s a vehicle to give awareness, one of several. When it has value is when it works to encourage awareness.

Do you really think about yourself as useless, heavy, without sense of humor?

Sure, absolutely! My family has a tendency to make extremely hostile judgements of everyone around us, including other members of the family. When I was a child, humor was something that was very much looked down on and because of that it’s sort of a struggle for me. It’s an alien concept that I’m trying to understand. But ask anyone of the partners that I’ve been involved with in my adult life and they can all tell you that I’m heavy, useless and have got no sense of humor whatsoever! (laughs)

But if your art gives awareness, you’re not so useless after all.

I hope so. Well, useless is a word people tend to use when it comes time to pay bills. Yeah.

The variety of media you used during your carrier is pretty impressive, it’s almost schizophrenic. Why not stick to just one of them?

Basically because I have this insatiable curiosity to investigate things, to try things I haven’t done before.

Which one was your favorite?

It’s hard to tell. The only one that I’ve tried so far that didn’t work very well was dance. There were just two, no, three works involving dance. A lot of the media I used were real fun. Directing erotic films was really fun, I would do that again. The situation that Kuki – the production company – gave me was that you could do pretty much whatever you wanted to do, you didn’t have to worry about what the market wanted, it was all an experiment. And in that way I met people who were really fascinating. There was a woman – this is in Japan, so they have strict guidelines for women to follow, I don’t know now, but at that time for sure. So, there was this woman who was a professional race car driver, and she made these films for the maintenance of the car, the track fees, the garage fees, all the expenses involved in entering her car in a professional race. Then there was a man who was in his fifties at that time, and he was entirely outside of any expectations that anyone would have of a porn star. For the Japanese standards he was overweight, he was old, he was bald and he was extremely shy. And what really captivated me was that he couldn’t get an erection unless he watched uncensored pornography on a video screen. If he was in front of two people having sex, or even if he was one of those two people, he couldn’t get an erection unless he was watching on a TV screen! And I thought, “This is a perfect XXth century male”.

What about your Italian body of work?

One of the things that was a feature of my early works here was the influence of Giuliana Stefani. Meditation was very important to the both of us; there was a room in our house dedicated to that, and we would go there at least once a day. A lot of my work was about examining that, I was making music that encouraged this kind of inward investigation.

Are you planning to live here in Italy for the rest of your life?

I have no idea. I never have had any idea. When i moved to LA I was looking for an education, and I got it, far more than I expected. When I moved to Japan I was looking for an experience that would come from being unable to speak to anyone, to understand anyone, to read anything, to use all of the social tools that I had come to rely on, to throw them all out and start all over again, and that happened there. I came to Italy for love and stayed for love, and now I’m open to see what happens.

Do you like living here?

I love this country! I love living here, I love the things I see in daily life, the way of living that I haven’t seen anywhere else.

What’s the difference?

Here there seems to be an acceptance of things not working the way that you expect them to. Anywhere else in Europe the tendency is to panic or react with anger and frustration. Here the tendency is to say, “OK, it doesn’t work like that, so what can we do now?” and then think about other things to do instead of just freeze. I love that, I learn a lot from that. And I see it every day! This acceptance of life more as a flow instead of a set of rules – I like that. Now, having said that, if something or someone comes into my life and encourages me to go off somewhere else, maybe I will, but I have to say, at this point it will take a lot.

 

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