Raccontare l’architettura: Bologna dalle torri alle torri

Oggi racconterò l’esperienza di una passeggiata.

Volevo scrivere un articolo sulle fotografie di Graziano di Domenico, il cui gusto in ambito architettonico per il quotidiano, per lo squallido e per il senza senso mi aveva così affascinata. In linea con la sua ricerca estetica sono, ad esempio, tutti quegli spazi caratterizzati da contrasti architettonici dovuti alla massiccia urbanizzazione, così comuni nelle città contemporanee.

I suoi lavori riescono così a rispecchiare un’emotività cittadina grazie alla capacità di riassumere il paesaggio urbano in cui viviamo.

Dopo aver riflettuto, sono arrivata alla conclusione che il modo migliore per svelare questo sentimento comune, per analizzarlo e razionalizzarlo, era vivere una dimensione reale e generale, come è espressa dalle fotografie. Una passeggiata in compagnia di Graziano era la modalità esperienziale più adatta alla mia nuova comprensione degli spazi urbani. Così ho dato all’evento un carattere di quotidianità stabilendo: un giorno, il 15 febbraio 2018; un’ora, le 9.30 di mattina; un’attività, il camminare.

Mi premeva vivere la consuetudinarietà del camminare per le vie della città con nuova consapevolezza, imponendomi di eliminare la superficialità e la distrazione. L’atteggiamento, con cui mi proponevo di affrontare la passeggiata, mi avrebbe permesso di cogliere nuovi riscontri sensoriali.

Mi diverte associare la nostra passeggiata all’ottocentesca pratica della flânerie. Il flâneur, colui che passeggia, è il borghese girovago, che si aggira per i meandri delle vie della città e si apre la strada attraverso la folla alla ricerca di distrazioni e stimoli.

Questo attore della città è ricordato nelle poesie di Baudelaire, che ne fa un’allegoria o incarnazione del poeta, del pittore della vita moderna. Baudelaire insiste sul fatto che il dovere principale dell’artista moderno è dipingere l’effimera bellezza del momento, riuscire ad estrarre l’eterno dall’effimero ossia dare forma ai soggetti del proprio tempo, nella speranza che le sue opere possano sopravvivere.

“Osservatore, perdigiorno, filosofo, lo si chiami come si vuole […]; è il pittore della circostanza e di tutto quanto essa suggerisce di eterno”[1]scrive il poeta.

Le poetiche baudelairiane sono il tema principale del saggio di Walter Benjamin “Su alcuni motivi in Baudelaire”[2]. Secondo Benjamin il compito del critico consiste nell’intervenire sulla tradizione, al fine di leggere in maniera nuova l’immagine del passato e svilupparla nuovamente. Così i soggetti sopravvivono e, anzi, acquisiscono il carattere di eternità, diventando simbolo di un’epoca, riacquisendo nuova forza.

Ma ritorniamo al flâneur.

“La folla è il suo regno, come l’aria è il regno dell’uccello, e l’acqua l’elemento del pesce. Sposarsi con la folla è la sua passione e la sua professione. Per il perfetto perdigiorno, per l’osservatore appassionato, è una gioia senza limiti prendere dimora nel numero, nell’ondeggiare, nel movimento, nel fuggitivo e nell’infinito[3], scrive Baudelaire.

Il flâneur coglie il flusso di fenomeni per ricostruire e riconfigurare l’esperienza di fronte a tutto il suo disintegrarsi in particelle di esperienze discontinue, disparate e disordinate.

Proprio queste particelle sconnesse, che caratterizzano il vissuto urbano e, quindi, il carattere esperienziale della vita moderna, saranno il tema centrale del mio articolo. Come il flâneur mi muoverò nello spazio urbano, immersa nella folla e negli stimoli sensoriali.

Legherò insieme questi frammenti di esperienza all’interno del breve racconto di una passeggiata dal passo cadenzato.

Il mio sguardo, inoltre, sarà influenzato dalla compagnia di Graziano, che, con il suo occhio da fotografo, porterà la mia attenzione verso alcuni particolari del mondo esterno che prima ignoravo. Il suo interesse per il paradosso urbano, per il senza senso, per lo squallido, influenzerà la mia percezione e la mia attenzione. Non solo attenzione verso i particolari, ma anche il mio modo di vedere lo spazio circostante sarà scardinato. “Bisogna sempre girarci intorno, ogni palazzo banale deve avere un’angolazione interessante”, mi spiega.

70550015
Photo by Graziano di Domenico

Il tragitto che percorrerò muoverà dalla precedente sede della Narkissos Gallery, sotto le due torri di Bologna, la Garisenda e la Torre degli Asinelli; e si concluderà all’attuale sede, ancora una volta sotto due torri, questa volta quelle di via Zago. Anche il percorso, se mettiamo in relazione il suo inizio e la sua fine, dà origine a un contrasto architettonico. Il luogo di partenza si situa nel centro di Bologna, proprio sotto il simbolo della Bologna storica, della città medievale. Le due torri di via Zago, insieme ad altri edifici situati nell’immediata periferia, sono l’emblema dell’espansione urbanistica degli anni ’70. La zona, situata dopo il ponte di Via Stalingrado, giungendo dal centro di Bologna, è un coacervo di edifici. Luogo, come tanti altri all’interno della città dove sono maggiormente visibili le contraddizioni dello sviluppo urbano. Le due fuori scala di via Zago sono state progettate dall’architetto Enzo Zacchiroli, come buona parte dei nuovi quartieri concepiti per diventare le “nuove centralità”[4] dello sviluppo urbanistico di Bologna. L’architettura nella sua declinazione brutalista è “una poesia allo stato grezzo”[5], come la definivano Alison e Peter Smithson. Il movimento del brutalismo, infatti, crea edifici semplici, ripetitivi e fatti di materiali grezzi come il cemento, comuni nelle periferie.

Arriviamo al mio racconto.

Sono le ore 9.30, dalle torri nel centro di Bologna percorriamo via Zamboni, in direzione Piazza Verdi. Lo sguardo di entrambi si muove nello spazio circostante. La prima cosa che cattura l’attenzione di Graziano sono le impalcature, nascoste da uno sgualcito telone bianco, addossate a Palazzo Malvezzi de’ Medici. Mi spiega che trova bello l’accostamento di un edificio rinascimentale con il ponteggio e i neon posti per illuminare la strada. Un primo indizio per farmi riflettere sul suo personale gusto estetico con il quale vorrei in un qualche modo immedesimarmi. Ma proseguiamo oltre, svoltiamo a sinistra e percorriamo Largo Respighi per poi imboccare via del Borgo di San Pietro, che si trova alla nostra destra. Poco più avanti Graziano richiama la mia attenzione commentando: “in ogni punto della città c’è qualcosa per cui ti chiedi il perché è stato costruito”. Alzando gli occhi noto un edificio con tre oculi ricavati da un’aggiunta di muratura trasversale che, da appena sotto il cornicione, si appoggia alla facciata circa mezzo metro più sotto. Sorrido, un po’ perché i tre tondi così posizionati creano un buffo contrasto con il resto dell’edificio, un po’ perché la loro funzione è un enigma.

Ho iniziato a percepire il senso ludico dell’espressività di Graziano, lo spazio circostante è colmo di dettagli architettonici o decorativi, di cui ti chiedi lo scopo. A posteriori pensiamo ai mosaici di tonalità azzurrina che ornano il soffitto del portico di uno squallido edificio in via Mascarella, e ci chiediamo: “chi mai guarderà il soffitto?”. Pensiamo ad un palazzo pieno di finestre tutte uguali, ma con un solo terrazzino sulla sinistra, e ci chiediamo: “e gli altri?”.

Siamo di nuovo in via Borgo di San Pietro; noto che Graziano si è fermato davanti a una macchina per fototessere con vicino una centralina dell’Enel. Mentre gli vado incontro mi dice: “è bruttissima e vecchissima”.  Era arrugginita e sporca, sotto un tetto di plastica verde ormai logorato. Le foto dimostrative eternamente giovani e sorridenti appaiono malinconiche. Gli piace il soggetto e anche la posizione da cui può scattare. Mi spiega: “Molte volte mi piace il soggetto ma la posizione in cui mi trovo non mi permette di fare la foto come vorrei. Mi piacciono le foto piatte quindi il segreto è l’altezza. Se volessi fotografare un edificio da una posizione ribassata le linee si distorcerebbero”.

70550016 (2)
Photo by Graziano di Domenico

Durante il tragitto comincio a notare che il suo sguardo è rapito dagli specchi delle vetrine che, con i loro riflessi, deformano lo spazio circostante. E’ attratto dagli interni dei condomini, le cui scale e i colori delle piastrelle, creano, con le loro strutture, dei pattern.

Stiamo attraversando il ponte di Stalingrado, ho fatto quel tragitto molte volte in auto e a piedi. Graziano si gira verso sinistra e prende la macchina fotografica. Da quel lato si staglia un grande edificio ad uso residenziale con una fitta trama di piccoli terrazzini. Rimango molto stupita e perplessa: non l’avevo mai notato, eppure è così imponente, un fuori scala. Scattata la foto rimaniamo ad osservarlo. Delle sgualcite bandierine addobbano un terrazzo, malinconiche come la sorridente ragazza delle fototessere: “tante volte queste cose, con il loro controsenso, ti fanno rendere conto di quanto il luogo sia grottesco”, commenta.

70550001
Photo by Graziano di Domenico

Proseguiamo oltre e ci fermiamo sopra il ponte; c’è una bella vista, un tetris di edifici molto diversi tra loro. C’è la ferrovia, c’è la sede dell’Hera, c’è un serbatoio dell’acquedotto, ci sono grandi condomini residenziali, in lontananza si intravede l’imponente cupola della Chiesa del Sacro Cuore di Gesù.

Decidiamo di scendere dalle scalette alla nostra destra. “Se ignorassimo la sua funzione, questo edificio potrebbe essere un ospedale o una piscina”, mi dice sorridendo indicando il condominio sulla destra. Queste parole mi fanno riflettere sulla omogeneità, sulla modularità dei progetti degli edifici dell’espansione urbanistica.

 “Nell’immediato dopoguerra sembrava importante dimostrare che l’architettura era ancora possibile, e noi abbiamo deciso di contrapporre alla mancanza di rigore nella pianificazione e all’abdicazione della forma un’architettura compatta e disciplinata”[6], scrivono Alison e Peter Smithson.

Questa architettura ha generato complessi quale il Nuovo Corviale detto “Il Serpentone” a Roma o, tornando alla nostra città, il Fiera Discrict di Kenzo Tange, l’architetto della nuova Hiroshima. “E’ bello fantasticare sulla funzione e sull’interscambiabilità geografica”, dice Graziano. Questa architettura non tiene conto del territorio circostante, il suo progetto si modella sulla funzionalità. Ciò produce una spersonalizzazione dell’architettura: il Fiera District potrebbe trovarsi ad Hiroshima.

Ora ci troviamo davanti le famose torri di via Zago, a pochi passi dalla Narkissos Gallery. Sono molto imponenti nei loro 17 piani. Davanti a noi il modulo ripetuto dei terrazzini forma una gradinata che corre fino alla cima della torre.

Il portico in ferro intonacato di bianco paradossalmente richiama gli antichi portici del centro di Bologna. Cominciamo a girare attorno agli edifici osservandoli da nuovi punti di vista. Diventa un gioco tra noi e l’ambiente circostante, siamo alla ricerca di nuovi pattern e accostamenti, di paradossi, di costruzioni e di piccoli dettagli al limite del no-sense. Poniamo attenzione al bruto, allo squallido, all’infelice targhetta dell’asilo nido privato “L’arcobaleno dei bambini” fissa all’entrata del mastodontico edificio dell’Unicredit in via del Lavoro. Noi continuiamo a essere divertiti, pensiamo, anzi, che l’atteggiamento ludico sia la giusta reazione al mondo esterno, a quell’ammasso di edifici, che ormai guidano il nostro passeggiare. Abbiamo così iniziato a girovagare per il quartiere di san Donato, nella più totale casualità.

Un po’ come una deriva situazionista.

“Per fare una deriva, andate in giro a piedi senza meta od orario. Scegliete man mano il percorso non in base a ciò che sapete, ma in base a ciò che vedete intorno. Dovete essere straniati e guardare ogni cosa come se fosse la prima volta. Un modo per agevolarlo è camminare con passo cadenzato e sguardo leggermente inclinato verso l’alto, in modo da portare al centro del campo visivo l’architettura e lasciare il piano stradale al margine inferiore della vista. Dovete percepire lo spazio come un insieme unitario e lasciarvi attrarre dai particolari[7]scrive Guy Debord.

Siamo alla ricerca di tutto ciò che è paradossale, ci divertiamo a muovere il nostro sguardo tra tutti quei piccoli particolari che, nel loro intersecarsi, formano gli edifici. Ci affascinano anche gli edifici fatiscenti: rimaniamo ad osservare l’edificio giallognolo e scrostato di via Virginia Reiter, che si affaccia su parco Parker-Lennon.

70550018
Photo by Graziano di Domenico

Attraversiamo il parco per dirigerci nuovamente verso il ponte di Stalingrado. Ci fermiamo in via Gandusio; Graziano fotografa i palazzi Acer, di proprietà comunale, serrati da alte barriere metalliche dopo lo sgombero degli appartamenti avvenuto il 14 luglio 2017. Io intanto mi guardo intorno, osservo i condomini di fronte, i manifesti affissi alle pareti del circolo Arci Guernelli, le scritte sui muri e sulla recinzione. Cattura la mia attenzione una piccola scritta: “vogliamo solo una casa”, così chiamo Graziano in modo che anche lui la legga.

Smettiamo di sorridere.

Ho cominciato il nostro percorso ponendo molta attenzione a quei segnali esperienziali che mi hanno, poi, permesso di immedesimarmi nella ricerca estetica di un fotografo, di Graziano. Una volta riuscita nell’immedesimazione, sono potuta entrare nella sfera della sua personale creatività. Il nostro modo di interagire ci ha permesso di giocare con lo spazio, che ci circondava. Eravamo così immersi in questa nuova scoperta dell’ambiente, che ci svelava tutto in una nuova chiave. L’esperienza ludica si è, però, interrotta bruscamente alla lettura di una scritta, così forte e umana, che ha richiamato la nostra attenzione a noi, che quotidianamente viviamo quei luoghi, quegli spazi che non sono separabili dalla comunità, che li vive e nei quali si relaziona. Penso che la nostra esperienza di flânerie, in partenza così giocosa e distaccata, non è riuscita, alla fine, ad allontanare tutte quelle problematiche che fanno parte della vita collettiva cittadina.

La potenza delle fotografie di Graziano sta proprio nel decontestualizzare l’architettura e, in questo modo, renderla comune e intima nella percezione individuale di ogni cittadino. Gli ambienti vuoti delle fotografie riescono a ripopolarsi grazie all’immedesimazione dell’osservatore che, paradossalmente, traspone quell’architettura comune e generale nella sua quotidianità, rendendola familiare. Il risultato è la rappresentazione dell’ “effimero del momento, della forma dei soggetti del proprio tempo”[8].

Abbiamo deciso di vivere questa esperienza in modo da poter poi riflettere sul nostro modo di relazionarci con la città, ritenendolo necessario a una maggiore comprensione dell’ambiente urbano nel quale abitiamo.

“La narrazione dell’architettura”, scrive Luigi Prestinenza Pugliesi, importante critico dell’architettura, “è la scoperta di un punto di vista inaspettato”[9]. In questo articolo si riflette il nostro, mio e di Graziano di Domenico.

L’architettura come racconto parla della “pluralità degli intrecci delle storie del mondo”[10]. Noi abbiamo narrato una parte della nostra.

[1] Charles Baudelaire, Il pittore della vita moderna, a cura di Gabriella Violato, Marsilio Editori, Venezia, 2001.
[2] Walter Benjamin, Su alcuni motivi in Baudelaire, in Aura e choc, Einaudi, Torino, 2012, pp. 163-202.
[3] Charles Baudelaire, Il pittore della vita moderna, a cura di Gabriella Violato, Marsilio Editori, Venezia, 2001.
[4] Francesca Parisini, Addio Zacchiroli, l'architetto che disegnò la città futura, in La Repubblica.it, 10 marzo 2010, Web, 1 marzo 2018.
[5] Alison e Peter Smithson, Il neo-Brutalismo, in Le parole dell'architettura. Un'antologia di testi teorici e critici: 1945-2000, a cura di Marco Biraghi e Giovanni Damiani, Einaudi, Torino, 2009.
[6] Ivi.
[7] Guy Debord, Théorie de la dérive, in Les Lèvres nues, n. 9, novembre 1956, Bruxelles; ripubblicato senza le due appendici in Intenationale Situationniste, n° 2, dicembre 1958, Parigi; trad.it. Internazionale Situazionista, Nautilus, Torino.
[8] Charles Baudelaire, Il pittore della vita moderna, a cura di Gabriella Violato, Marsilio Editori, Venezia, 2001.
[9] Luigi Prestinenza Puglisi, Architettura del racconto: prime riflessioni, in prestinenza.it, 5 febbraio 2016, Web, 03 marzo 2018.
[10] Ivi.
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...