Siamo tutti metamodernisti senza saperlo

Io sono una parte di tutto ciò che ho incontrato,
Eppure tutta l’esperienza è un arco attraverso il quale
Balugina quel mondo non viaggiato, i quali margini
sbiadiscono
Sempre e sempre allorché mi muovo.
Che noia che è pausare, raggiungere una fine,
Arrugginire non lucidato, non brillare per l’uso!
Come se respirare fosse vivere! Vita ammucchiata su vita,
Era tutto troppo poco, e di quella mia
Poco mi resta: ma ogni ora salvata
Da quell’eterno silenzio è qualcosa di più,
Un portatore di nuove cose; e vile era
Per tre miseri giorni in più conservare e mettere da parte
se stessi
E questo grigio spirito anelante del desiderio
Di seguire la conoscenza come una stella cadente
Dietro l’estremo confine del pensiero umano.
[…]

da Alfred Tennyson, Ulysses, 1833, trad. mia

Ammettiamolo: il postmodernismo è morto. Lente sgocciolano via le sue ultime linfe vitali.

Da anni, se non decenni, ne viene profetizzata la scomparsa. Né l’arte né la storia sono mai arrivate a una fine – o meglio, ci sono arrivate, ma solo per riprendere fiato e andare oltre. Questo “oltre” è ciò che noi chiamiamo metamodernismo.

Certo, parlare di un’interruzione totale del discorso postmodernista, di una recisione secca e decisa sarebbe sminuente e lontano da ciò che sta accadendo realmente. Pare ovvio che all’interno dell’ininterrotto flusso esistenziale i cambiamenti possano avvenire solo per gradi, dando vita a critici periodi di ibridazione. Come afferma Linda Hutcheon nella seconda edizione del suo The Politics of Postmodernity,

“Il momento postmoderno è passato, anche se le sue strategie discorsive e la sua critica ideologica continua a vivere – come anche quelle del modernismo – nel nostro mondo contemporaneo del ventunesimo secolo. Categorie storico-letterarie come il modernismo e il postmodernismo sono, alla fine, solo etichette euristiche che noi creiamo nel nostro tentativo di categorizzare cambiamenti e continuità culturali.”[1]

Nonostante ciò, è innegabile il fatto che il postmodernismo sia diventato, oramai, un fenomeno obsoleto che non soddisfa le nuove esigenze dell’uomo contemporaneo. Più che sparire, le tendenze postmoderne stanno prendendo nuove forme, nuove direzioni e, cosa più importante, un nuovo senso. È proprio il ritorno di quest’ultimo che caratterizza le ultime generazioni. Spazzata via la concezione hegeliana di Storia come movimento positivo e avente una direzione, l’essere umano si è reso conto che in realtà non c’è nessuna direzione da seguire e nessun obiettivo da raggiungere; con nichilistica rassegnazione, il postmodernismo ci ha fatto spallucce, dicendo che qualsiasi direzione, a questo punto, potrebbe essere quella giusta. Ma scegliere da soli non è facile, e l’assenza di una stella polare da seguire – di un Dio, se vogliamo – è insopportabile. Sono sempre più numerosi i lumi della scienza convinti che la necessità di credere in qualcosa faccia parte dell’essere umano a livello genetico, e fenomeni come l’effetto placebo sembrerebbero confermare la potenza ancora inesplorata della fede umana. “Abbiamo un bisogno fondamentale di raccontare a noi stessi storie che diano un senso alle nostre vite. Odiamo l’incertezza e per le questioni di vita o di morte la troviamo intollerabile. Bisogna essere attenti a dissipare questi credi. Abbiamo alcune evidenze sul fatto che persone che credono fortemente in qualcosa siano più in salute e abbiano migliori prestazioni in condizioni avverse. Questa connessione risale a migliaia di anni fa.”[2] L’abbandono della fede (quella religiosa, ma anche quella ideologica) apre migliaia di porte su altrettante migliaia di scelte, e questo, all’uomo postmodernista della seconda metà del ventesimo secolo, sembrava corrispondere all’idea di libertà. Ma l’entropica infinità dei mondi possibili, piuttosto che liberarci dalle catene degli obblighi morali e renderci felici come non lo siamo mai stati, ci ha solo fatti deprimere ancora di più. Si stava più leggeri, senza quelle catene, ma faceva anche più freddo. Così, abbiamo iniziato piano piano a rimettercele addosso. Ecco dunque che un nuovo modo di essere si è diffuso, un modo annusato nell’aria da accademici e pensatori di tutto il mondo e che prende in considerazione gli insegnamenti di entrambe le epoche. Il metamodernismo è un pendolo che oscilla tra modernismo e postmodernismo, rivisitando la speranza del primo ma pregno del cinismo del secondo. Nel costante quanto impossibile tentativo di raggiungere un equilibrio tra fanatismo e ironia, tra empatia e apatia, tra ingenuità e conoscenza, l’uomo metamodernista si comporta come se ci fosse un senso, eternamente alla ricerca di una verità senza veramente aspettarsi di trovarla mai.

Questo approccio del “come se” è un’approssimazione del pensiero kantiano e del suo idealismo negativo. Kant stesso (ben due secoli addietro) adotta la terminologia “come se” quando scrive che “ciascuna persona, come se stesse seguendo una linea guida, va verso un obiettivo tanto naturale quanto sconosciuto ad ognuno di loro”[3]. Vale a dire, non stiamo andando veramente verso un obiettivo, ma facciamo finta di sì, perché è l’unico modo che abbiamo come esseri umani per progredire, moralmente e socialmente. Gli orizzonti si allontanano in continuazione, ma noi lo sappiamo e li inseguiamo lo stesso; d’altronde, ci eravamo già abituati con i nostri desideri, insoddisfatti per definizione ma non per questo meno bramati (ciao, Lacan, ciao).

L’uso del prefisso “meta” deriva dalla metaxis di Platone (un termine usato per descrivere Eros, personaggio mitologico controverso perché a metà strada tra gli Dei e l’umanità), che descrive l’oscillazione e la simultaneità tra due poli diametralmente opposti. L’uso di questa parola viene proposto per la prima volta dai filosofi olandesi Timotheus Vermeulen e Robin van den Akker nel 2010 all’interno del loro saggio Notes on Metamodernism,[4] una ricerca che è culminata con la fondazione di un omonimo sito e l’organizzazione di numeri simposi e conferenze, alle quali una schiera di accademici, scrittori e artisti di tutto il mondo hanno contribuito con i propri interventi.

Vermeulen afferma che “il metamodernismo non è tanto una filosofia – il che implicherebbe un’ontologia più dettagliata – quanto un tentativo di creare un vernacolo, o […] una sorta di documento open source, il quale potrebbe contestualizzare e spiegare quello che succede intorno a noi, nella politica come nell’economia come nelle arti”[5]. Il ritorno della sensibilità romantica è stata posta come una caratteristica chiave del metamodernismo, osservata da Vermeulen e van den Akker nell’architettura di Herzog & de Meuron e nei lavori di artisti come Bas Jan Ader, Peter Doig, Olafur Eliasson, Kaye Donachie, Charles Avery e Ragnar Kjartansson.

Secondo la descrizione dei due olandesi, l’oscillazione metamodernista non deve richiamare l’immagine di stabilità, ma “piuttosto, è un pendolo che oscilla tra due, tre, cinque, dieci, infiniti poli. Ogni volta che l’entusiasmo metamoderno si avvicina al fanatismo, la gravità lo ritrascina verso l’ironia; nel momento che l’ironia scade in apatia, la gravità lo riporta su verso l’entusiasmo.”[6]

6
Veduta della mostra Receding Horizons. Vectors of metamodernism, Narkissos Contermporary Art Gallery, Bologna.

Le varie crisi finanziarie, i cambiamenti climatici, la caduta delle grandi ideologie del ventesimo secolo e le instabilità geopolitiche hanno richiesto delle riforme nel sistema economico, ma anche nel sistema di pensiero. La disintegrazione del monopolio centralizzato della cultura occidentale, le migrazioni di massa, la crescita economica di Paesi di aree considerate sottosviluppate e l’acceleramento della diffusione dell’informazione grazie alla nascita di Internet e dei social network – tutti questi avvenimenti non potevano non avere delle conseguenze. Che sia stata la tragedia dell’11 settembre o il collasso della Lehmann Brothers, la Primavera Araba o la stagnazione del progetto europeo, lo scandalo di Wikileaks o l’ascesa dei Paesi BRICS, ad ogni modo qualcosa ci ha fatto capire che la democrazia neo-liberalista non poteva essere il punto finale della nostra evoluzione. Parallelamente a un ritorno dell’industria green e a una rivalutazione dei valori locali e nazionali (con l’inevitabile conseguenza della rinascita dei movimenti populisti e delle cosiddette nuove destre) si ha, nella sfera culturale, un ritorno a sentimenti positivi come speranza, sincerità e fiducia.

L’arte, si sa, è uno specchio del mondo nel quale viviamo. Per questo motivo, gli stessi sentimenti sono riscontrabili anche nel mondo dell’arte. Come ha sottolineato il noto critico Jerry Saltz, “quel genere di arte cinica al limite della correttezza, fatta di lavori che sono freddamente ironici, semplicemente ironici, ironici sul loro essere ironici, o che commentano principalmente arte che commenta altra arte” sta diventando sempre meno popolare. C’è un nuovo atteggiamento che dice “io so che l’arte che sto creando potrebbe sembrare sciocca o addirittura stupida, o che potrebbe essere già stata fatta prima di adesso, ma questo non significa che non sia seria”[7].

Per dirla con le parole di Vermeulen e van den Akker, “sembra che, dopo tutti questi anni, la parodia e il pastiche di Jeff Koons, Jake e Dinos Chapman e Damien Hirst, l’ironica decostruzione di Cindy Sherman e Sarah Lucas e la nichilistica distruzione di Paul McCarthy siano finalmente così fuori luogo come hanno sempre preteso di essere – ma, in tempi quando ‘tutto va bene’, difficilmente lo sono mai stati”[8].

Da Saltz a Emily Nussbaum, da David Foster Wallace a Zadie Smith, pare che i discorsi sulla post-ironia e la “Nuova Sincerità” siano diventati un luogo comune tra i critici. Se gli artisti modernisti sono entrati nella storia come un gruppo di fanatici sinceramente dediti ciascuno alla propria causa e i postmodernisti verranno ricordati come dei burloni, la generazione di artisti attuale può essere descritta come sincera e burlona allo stesso tempo, dando vita a una serie di lavori che sono, paradossalmente, tanto speranzosi quanto cinici.

Nell’ottobre del 2011 il Museum of Arts and Design di New York ha riconosciuto l’influenza del lavoro di Vermeulen e van den Akker inaugurando una serie di proiezioni dal titolo No More Modern: Notes on Metamodernism[9]. I video di Pilvi Takala, Guido van der Werve, Benjamin Martin e Mariechen Danz contestualizzavano desideri remoti, rimasti seppelliti per troppo a lungo sotto la coltre postmodernista, nella condizione contemporanea, necessariamente scettica e sfiduciata. Sempre nel 2011, l’artista Luke Turner ha pubblicato il suo Metamodernist Manifesto, il quale riconosce l’oscillazione come naturale meccanismo dell’esistenza e invocava la fine dell’”inerzia risultante da un secolo di ideologica ingenuità modernista e la cinica insincerità del suo antonimico figlio bastardo”. Come alternativa propone il metamodernismo: “la lunatica condizione oltre l’ironia e la sincerità, l’ingenuità e la sapienza, il relativismo e la verità, l’ottimismo e il dubbio, alla ricerca di una pluralità di disparati ed elusivi orizzonti”. Il testo si conclude incitando il lettore ad “andare avanti e oscillare!”[10] Il fatto stesso che sia stato riesumato il concetto di manifesto è significativo; a differenza, però, dei manifesti di inizio ‘900, quello metamodernista non è distruttivo ma costruttivo, non è esclusivo ma inclusivo, e piuttosto che vagheggiare su improbabili mondi che avrebbero dovuto sostituire quello reale il Manifesto Metamodernista riflette in maniera lucida e pragmatica sul mondo nel quale ci ritroviamo di già. Sia ben chiaro: noi non scegliamo di diventare metamodernisti, noi lo siamo già.

[1] Linda Hutcheon, The Politics of Postmodernity, Londra, Routledge, 2002, p. 181

[2] Lewis Wolpert, You Have to Believe in Something, 25 gennaio 2001, in “The Telegraph”, https://www.telegraph.co.uk/news/science/science-news/4758539/You-have-to-believe-in-something.html

[3] I. Kant, Idea for a Universal History from a Cosmopolitan Point of View, in “Kant On History”, ed. L. White Beck (Upper Saddle River: Prentice Hall, 2001), pp. 11 -12

[4] http://www.emerymartin.net/FE503/Week10/Notes%20on%20Metamodernism.pdf

[5] Cher Potter, Timotheus Vermeulen talks to Cher Potter, in “Tank: 215”, 2012, http://www.metamodernism.com/2012/02/23/tank-interviews-timotheus-vermeulen-about-metamodernism/

[6] Timotheus Vermeulen, Robin van den Akker, Notes on Metamodernism, in “Journal of Aesthetics and Culture”, 2010, http://www.emerymartin.net/FE503/Week10/Notes%20on%20Metamodernism.pdf, p. 6

[7] Jerry Saltz, Sincerity and Irony Hug It Out, New York, May 27, 2010, http://nymag.com/arts/art/reviews/66277/

[8] Timotheus Vermeulen, Robin van den Akker, Notes on Metamodernism, in “Journal of Aesthetics and Culture”, 2010, http://www.emerymartin.net/FE503/Week10/Notes%20on%20Metamodernism.pdf, p. 8

[9] http://madmuseum.org/series/no-more-modern-notes-metamodernism

[10] http://www.metamodernism.org/
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