In conversazione con Nadine Byrne

Nadine Byrne è nata a Stoccolma nel 1985. Dopo essersi laureata al Royal Institute of Art nel 2011, ha passato un breve periodo a Berlino prima di tornare a Stoccolma, dove attualmente vive e lavora come artista full time. Avendo deciso di utilizzare i suoi sogni e le sua storia personale come base per il suo lavoro, vivere nella città dove è cresciuta le calza a pennello. Ha iniziato a comporre musica e studiare all’università nello stesso periodo; ora Nadine crea mondi alieni incorporando arte visuale e suono in un’opera totale.

 

 

Roberto Malaspina: Parlami della mostra e del suo titolo: Memories Rise in Images of Dreams.

 

Nadine Byrne : Questa mostra è stata pensata come un’estensione del contesto visivo del mio ultimo LP “Dreaming Remembering”, che è stato rilasciato a giugno di quest’anno. La mostra gioca sull’inclusione dello spettatore in questo progetto, permettendogli di entrare nell’universo da dove le immagini provengono, un universo fatto in buona parte di sogni. Il mio interesse concettuale è legato sia al sogno come esperienza autonoma che al sogno come ponte per la memoria.

Ricordo molto i miei sogni, ricordo i sogni dalla mia infanzia e spesso sento di aver sognato situazioni o luoghi che poi si sono materializzati nella vita reale. È come una lingua astratta, i sogni ci parlano , ma utilizzano una lingua che noi capiamo solo parzialmente. Nel disco ci sono diverse tracce dove sono incluse delle poesie che ho scritto, spesso ispirate dal modo in cui le persone cercano di spiegare un sogno che hanno avuto. È come mettere insieme pezzi astratti di un’altra realtà, che è esattamente come fare poesia.

Main final.00_08_42_24.Still003
Nadine Byrne, Dreaming Remembering, 2018, still da video

R: Vedo molta ritualità nel tuo lavoro. Cosa pensi dei rituali nella nostra contemporaneità? È possibile avere una profonda connessione a una realtà ancestrale in un mondo post-moderno e iper-tecnologizzato?

 

N: credo che le persone facciano molti rituali personali che creano per loro stessi, rituali di cui non hanno spesso nemmeno coscienza e non saprebbero spiegare. Sono interessata soprattutto alla coreografia dei rituali, una lingua fatta di azioni piuttosto che verbi. Voglio dire, abbiamo tutti bisogno di fare qualcosa oltre che dirlo affinché funzioni veramente: un po’ come sposarsi o i diversi rituali religiosi. Si procede con tutta una serie di azioni coreografate come indossare specifici vestiti e così via. Credo le persone facciano ciò anche nella loro vita personale, hanno bisogno di un’azione per rimarcare un’azione di qualche tipo.

 

R: Puoi parlarmi della connessione fra visività e suono nei tuoi lavori?

 

N: Ho iniziato a lavorare con il suono nello stesso momento in cui ho iniziato a lavorare con la parte visiva e mi trovo in difficoltà a scinderli. Ora mi sto rendendo conto che forse sono anche una musicista e probabilmente potrei separarli, ma per me è molto importante pensare a tutto il contesto visivo dei miei brani, e inoltre amo l’idea di creare un intero mondo dove poter far entrare qualcuno. È tutto intrecciato.

vlcsnap-2018-12-12-13h33m35s110
Nadine Byrne, Dreaming Remembering, 2018, still da video

R: Cosa mi dici del video Dreaming Remembering e come lo esporrai qui in galleria?

 

N: il video fa parte di una performance audio-visiva, è pensato per essere mostrato mentre suono live. Ho sempre fatto i visual solo per le mie live performance e stavo per fare la stessa cosa con questo, ma poi ho pensato “hey, è un po’ triste che le persone li vedano solo quando suono” – cosa che non succede così spesso fra l’altro. Così ho deciso di girare un video indipendente da pubblicare nello stesso momento del disco.

Quello che mostro durante i live è un video più corto, qui alla Narkissos ho deciso di separarlo in diversi momenti così che generasse un sistema di scene autonome una dall’altra. Abbiamo per esempio questa scena che ritorna spesso con questa donna lentamente immersa nell’acqua, tagliata in tre parti nel video originale e che ritorna ogni volta che viene letta la composizione poetica. Qui alla galleria invece lo mostrerò come unico video: è abbastanza lungo, dura circa 20 minuti. C’è anche la scena di queste donne che strisciano che sarà esposta come opera indipendente su un monitor. Infine c’è un video che non fa parte di quello che mostro durante le performance live, è del filmato che feci durante le riprese del video ma che non ho mai potuto mostrare, questa mi sembra un’occasione perfetta per esporlo. È composto dai ritratti delle donne del video principale. Poi c’è tutta la parte fisica del video che espongo come oggetti autonomi: c’è una tenda e i costumi utilizzati per il video e anche due sculture di vetro con stampate delle still. È un modo per tradurre il video in un oggetto, come una frammentazione dello stesso.

 

R: C’è una dimensione narrativa nel tuo video, ci stai raccontando una storia?

 

N: si e no, è più una narrazione da sogno: non sai esattamente cosa stia succedendo ma ne sei completamente rapito. Nella scena con la donna che striscia c’è una forte e ovvia simbologia perché sono connesse da questi lunghi fili nei quali s’incastrano. Quindi sei collegato da qualcosa ma ti ci incastri anche. E la donna nell’acqua, sta annegando o sta rinascendo in una nuova e superiore dimensione? Le mie immagini sono spesso al limite, sono ambigue per la maggior parte di persone, possono essere percepite come belle e oscure allo stesso tempo. Credo che con la musica le immagini possano assurgere a qualcos’altro, come una sorta di stato meditativo.

dreaming
Nadine Byrne, Dreaming Remembering, 2018, still da video

R: Senti una connessione fra il tuo lavoro e il tuo background culturale? Sembra esserci un’estetica nordica nel tuo lavoro, la percepisci?

 

N: no, non riesco a vederla, ma molte persone me lo dicono. Mio padre non è svedese, quindi non mi sono mai sentita culturalmente connessa alla Svezia, ma forse lo sono più di quanto immagini. Forse è un qualcosa di inconscio, la “nordicità” che riemerge in superficie, ma non è intenzionale. Che cos’è la “nordicità” dopotutto? Di questi tempi credo ci sia anche un fattore politico, di cui non voglio far parte.

La femminilità è, al contrario, una grossa parte del mio lavoro. È legata a una dimensione personale, sono sempre stata interessata a tutte quelle tipologie di artigianato per anni viste come non abbastanza degne perché associate alla donna. All’università mi spesso sentita dire “oh, sai non dovresti lavorare con questo materiale” ogni qual volta utilizzavo tessuti nel mio lavoro. Ora la situazione sta migliorando, anche se qualche vola penso che stia succedendo solo perché più uomini hanno iniziato a lavorare con questi materiali.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...