In conversazione con Francesca Fini

Performer e videoartista, Francesca Fini propone un’attenta e ponderata analisi crossmediale delle tematiche di ibridazione bio-tecnologica. Dal femminile alla fluidità del Cyborg, i video e le performance dell’artista attualizzano le riflessioni della Haraway attribuendogli nuovo valore e complessità. Il corpo diventa enzima elettrico che catalizza i processi di definizione delle pratiche performative.

 

Roberto Malaspina: Parlaci delle tue prime esperienze con l’arte e della tua formazione.

 

Francesca Fini: Mi è sempre piaciuto disegnare a scuola anche se non ho fatto l’artistico, in quanto lo consideravo un liceo abbastanza precario, un rifugium peccatorum.

Ho sempre amato utilizzare le mani, in me ci sono questi due elementi, una parte molto cerebrale, quasi cervellotica che ama entrare in una sorta di fusione mistica con il computer e cercare di usarlo per creare delle cose. Questo tipo di rapporto con il computer, ormai una protesi della mia esistenza, ha fatto si che lo personalizzassi completamente, è stato completamente modificato per permettermi di fare ciò che voglio in termini artistici. Il mio computer è completamente truccato, come si truccavano una volta i motorini. È una sorta di Frankenstein, solo l’involucro rimane Mac. Il rapporto privilegiato con il computer è nato prestissimo, mio padre mi comprò il primo Apple, l’Apple 2, quei cassoni grigi terrificanti con il floppy disk, quando avevo circa 11 anni. Ero l’unica in assoluto fra i miei coetanei, portavo a scuola le mie tesine stampate, ricordo che la professoressa mi guardava e diceva “tu sei pazza”.

Entro spesso in un dialogo molto serio con il computer, c’è una parte del computer che mi affascina – soprattutto mentre faccio le performance – cioè quel margine di decisione che ha la macchina rispetto a una quantità di informazione date empiricamente. Quando faccio le performance non c’è niente di ultra preciso, siamo comunque nel reame dell’empirismo, del low-fi, quando utilizzo degli elettrodi o dei sensori o il microscopio digitale, io fornisco una quantità infinita di informazioni al computer, e alla fine esso fa una scelta. C’è una margine di arbitrio non cosciente da parte della macchina, anche se a me piacerebbe che lo fosse.

Delle volte credo che il rapporto che ho con il mio computer lo abbia modificato geneticamente. Una modificazione che gli permetta di sapere ciò che deve utilizzare o meno, sono convinta di questo anche se totalmente a-scientifico e da ricovero.

Mi piace molto l’elemento casuale, imponderabile, le mie performance non funzionano secondo uno schema totalmente prestabilito, c’è sempre questa idea di dare un flusso, un’onda di informazioni, e vedere ciò che rimane sulla sabbia concettuale del computer, dando una sensazione di organicità e low-fi, che altrimenti renderebbe le performance cyberpunk un gioco, cosa che non apprezzo quando vedo. Ed è anche il motivo per cui non do le mie performance in mano al pubblico.

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R.M. : Ritornando alla tua formazione, che tipo di studi hai portato avanti?

 

F.F. : Io ho studiato letteratura all’università. Successivamente ho cercato una preparazione che fosse anche pratica oltre a quella teorico-universitaria. Ho studiato due anni all’Istituto europeo del design, un corso approfonditissimo di grafica, fondamentale per me per imparare a usare tutti i software principali per la programmazione visiva. Poi ho fatto l’istituto Quasar del design, un istituto privato parallelo a quello europeo, con dei corsi più radicali. Per esempio ho fatto un corso di iper grafica, dove ho studiato come muovermi in un ambiente 3D, dove ho interagito con il software MAYA. Questi anni di formazione mi hanno insegnato moltissimo e mi hanno dato gli strumenti per affrontare tantissime altre cose, la programmazione (che ho imparato da sola), di animazione in 3 e 2D. Per esempio ho compreso che preferisco produrre in 2D dato che ho ancora delle difficoltà con il 3D puro. Sembra che manchi sempre l’elemento organico, e lascia piuttosto una sensazione metallica.

 

R.M. : Parlaci di come ti poni di fronte al contesto concettuale che abbiamo voluto analizzare qui alla Narkissos. Con il titolo della mostra CyborgFatale abbiamo voluto giocare da una parte con il sistema Cyborg così come definito da Donna Haraway, e dall’altra con la costruzione culturale del femminile in questo caso rappresentata dalla Femme Fatale. Come ti rapporti all’universo concettuale cyborg e alle sue interazioni con la socialità “femminile”?

 

F.F. : Io sono ossessionata dalla tecnologia. Non è una passione ma un’ossessione, quando vedo qualche software nuovo io sento la necessità di averlo. Nelle performance, ad esempio, ci sono sempre diversi elementi che convivono: uno sono gli strumenti, qualcosa che è manuale e contemporaneamente tecnologico, una via di mezzo tra un qualcosa di molto semplice utilizzato per produrre ma allo stesso tempo pensato con un’anima elettronica. Io uso molto spesso questi strumenti legati agli elettrodomestici o agli strumenti medicali, mi piace capire come funzionano e hackerarli in senso dadaista: prendere una cosa che è stata disegnata per uno scopo preciso e usarla per tutt’altro scopo, spesso concettualmente opposto: i robot pulitori di Miss America diventano robot sporcatori, l’elettrostimolatore che serve per la terapia dolce del muscolo danneggiato diventa uno strumento di tortura perché regolato al massimo, il microscopio digitale che serve per identificare l’elemento tumorale viene utilizzato per creare dei mandala attraverso l’errore, il dettaglio non viene analizzato ma viene confuso in un tripudio di colori.

Tutto ciò rimane estremamente tecnologico, utilizzo software professionali per creare tutto l’impianto visivo e sonoro delle mie performance. Il perché io sia attratta da tutto ciò rimane un mistero. L’elemento cyborg si allaccia al concetto di protesi tecnologica, per me il device non è un feticcio che io devo avere come status, ma è un bisogno in quanto intravedo nel suo aggiornamento la possibilità di essere utilizzata in maniere più efficaci nella mia pratica artistica. È come se io rinnovassi il mio parco macchine che utilizzo come protesi del mio corpo, che ormai vedo come nebulizzato. Io sono già un cyborg – come del resto tutti – che cerca costantemente nuovi componenti della sua armatura. Molti rimangono stupiti dal fatto che una donna si interessi all’ambito tecnologico, che sappia programmare. Spesso mi chiedono se i programmi li abbia fatti io, e mi domando se fosse legittimo fare la stessa domanda a un uomo, farei la figura dell’idiota. Purtroppo è vero che ci sono poche donne che programmano!

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R.M. : A mio avviso è anche un circolo vizioso, un problema legato al maschilismo interiorizzato che forse induce le donne a scegliere direzioni diverse da quelle socialmente considerate maschili. Colgo l’occasione per portarti verso la discesa sociale del tuo lavoro attraverso la tecnologia. La Haraway vedeva la possibilità di distruzione del binarismo di genere attraverso la tecnologia. Essa infatti, per eccellenza assente da ogni definizione di genere, poteva generare lo strumento perfetto per la distruzione del patriarcato. Ti vorrei chiedere in che modo hai riletto e reso visivo il sistema della Haraway e dal contesto cyborg-fem

 

F.F. :Non so quanto io mi sia ispirata direttamente alla Haraway. Tuttavia la mia formazione è avvenuta negli anni ’80, quindi è ovvio che sia stata influenzata da lei come da tanti altri, dal tutto il contesto immaginario, filmico, letterario di quel periodo, che secondo me è uno dei più ricchi degli ultimi 50 anni. Che lo vogliamo o no gli anni ’80 erano veramente liberi, per poi passare al reame del politcally correct, di una sorta di neo conservatorismo che ci limita in molti modi, non c’è più nemmeno quell’ironia sana che esisteva negli anni ’70 e ’80, periodo molto ricco di sollecitazioni e di fonti di ispirazioni.

Ho sempre avuto un grande senso dell’ironia noir e poco politicamente corretto, quasi maleducato e a volte insopportabile. Mi piace molto giocare sullo stereotipo, non esclusivamente femminile, perché lo stereotipo diventa un elemento che mi attrae e repelle contemporaneamente. Gioco spesso su questa doppia sensazione, che io, da buona performer, utilizzo in quanto uno dei meccanismi che funzionano di più dal punto di vista dello story telling performativo. Si gioca sempre sulle tensioni opposte: si vuole fare una cosa ma si è ostacolati nel farlo, sulla lotta fra la tua volontà e il condizionamento, e su questo impedimento, questa forza opposta, si costruisce la performance e la storia. Lo stereotipo femminile diventa un pungiball pazzesco, diventa un immaginario a cui aderire e contemporaneamente da distruggere, creando una tensione interessante. Per esempio in Skin/Tones c’è lo stereotipo della donna, del corpo femminile statuario perfettamente ritagliato dalle luce, la silhouette della bagnante, che però si concentra su particolari come i nei, i peli, le smagliature le cicatrici. Contempla se stessa non in un’esaltazione della sua bellezza di bagnante ma osserva i suoi difetti, che diventano conferma di un qualcosa che non ha più sesso, ricollegandosi al sistema della Haraway. Tutto ciò che viene mostrato durante la performance, attraverso la tecnologia, potrebbe essere registrato da un corpo maschile. La tecnologia ci permette in un certo senso di verificare che a livello cellulare siamo fatti delle stesse cose, non determinate sessualmente. Il tutto condito con un ovvio grado di ironia, volto alla disintegrazione di ogni erotismo dell’immagine, che rimane invece completamente anti-erotica. La performance permette così al pubblico di ignorare la parte sessualizzata, concentrandosi sulle sezioni che sto osservando.

Mi piace inoltre ironizzare sulla vittima per eccellenza dei miei video che è la casalinga degli anni ’50. Da un certo punto di vista adoro quell’immaginario femminile, dai vestiti al trucco, e allo stesso tempo provo questo profondo sadismo, dato che nei miei video queste donne finiscono malissimo, si trasformano in mostri, secondo un’ottica di collage e decollage dadaista e postmoderno. Il tutto gioca su un processo di riscatto, in un certo senso quando queste donne diventano mostri o alieni le riscatto dal loro destino di semplici testimonial pubblicitarie, dato che negli anni ’50 gli americani hanno scoperto che la donna può vendere tutto, dalla nuova marca di caffè alle polizze assicurative, in quanto convincente o perché materna o perché sensuale ma sicuramente più convincente di un uomo.

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R.M. : L’arte delle “minoranze” o gruppi d’interesse, che siano essi sociali, politici o culturali, subisce spesso un processo contorto che la porta ad essere legittima solo se riferita contenutisticamente a se stessa. Cosa pensi a riguardo? Pensi di cadere anche te in questo tranello?

 

F.F. : Un meccanismo che comprendo bene. Ma la mia non è un’arte al femminile, piuttosto un’arte che parla di donne, ma non con i meccanismi culturalmente considerati al femminile.

Non sopporto, ad esempio, le mostre che per esprimere la loro appartenenza di genere devono necessariamente esporre un telaio o comunque qualcosa che rimandi a quel contesto. Io in un certo senso mi sono appropriata del fuoco prometeico, dello strumento maschile per eccellenza, e lo uso per parlare di donne, ma perché le donne sono più interessanti. Anche perché si crea in me questo doppio processo di attrazione e repulsione, senza il quale perdo interesse nella pratica artistica. Una modalità di amore/odio, di sadismo che mi ispira idee terribili. Io sono una serial killer di donne nei miei video. Spesso scherzando dico che se non fossi stata un’artista avrei fatto la serial killer. Nei miei video le donne subiscono delle sorti terrificanti spesso molto divertenti dal punto di vista ironico, tirando fuori l’assurdità di certi atteggiamenti e di certi stereotipi che anche la donne si danno e di cui mi piace ridere anche nella vita di tutti i giorni.

È tuttavia sempre un gioco da equilibrista, perché non bisogna cadere nell’atteggiamento opposto. C’è un mondo di curatrici donne che preferiscono un tipo di arte che sia esplicitamente “unisex”, che paradossalmente alimenta lo stesso gioco di potere, legittimandone l’esistenza. Evitando sempre di scimmiottare quel minimalismo machista depotenziato nel quale sfido ogni donna con un po’ di utero a riconoscersi in maniera convinta. C’è dunque questo tentativo di equilibrio che deve riuscire a sovvertire queste forme di paternalismo occidentale che impongono all’artista cinese di parlare della Cina della repressione, l’artista velata Irachena a parlare di femminismo arabo, che altrimenti non risulterebbe interessante al mercato di uomini bianchi occidentali.

 

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